Bitcoin

Anche l’Italia sta facendo progressi nel settore del fin-tech, quello dei bitcoin. Ne abbiamo parlato con Alice Corsini, esperta di valuta digitale e tecnologia blockchain.

Bitcoin

La natura del denaro e degli scambi economici sta, seppur lentamente, mutando. Si sente parlare sempre più spesso di moneta digitale e criptovaluta e la tecnologia più nota è senza dubbio bitcoinLe criptovalute, sfruttando lo schema peer-to-peer  modificano radicalmente il concetto e la prassi dei trasferimenti di denaro, non più riferibili a un ente centrale – come una banca. Le implicazioni di questo cambio di paradigma sono potenzialmente rivoluzionarie.

L’Italia, si sa, non è mai stata campionessa nell’adozione e nella diffusione delle nuove tecnologie, ma qualcosa anche nel nostro paese si sta muovendo.

Ne ho parlato con Alice Corsini, responsabile Sales & Marketing del marketplace BitBoat e parte del progetto Oraclize, la prima società in Italia costituita con capitale sociale interamente in bitcoin.

BitBoat è una piattaforma online di intermediazione, dove è possibile acquistare bitcoin con facilità e in sicurezza, che opera principalmente nei mercati italiano e francese. “L’obiettivo principale di Bitboat è offrire metodi di pagamento facilmente accessibili ad un pubblico che sia il più ampio possibile: è per questo motivo che il servizio è particolarmente apprezzato da utenti che hanno appena iniziato ad approcciarsi a questo mondo” racconta Alice. Dalla sua nascita, BitBoat ha gestito transazioni per oltre 4 milioni di euro.

Nell’adozione della tecnologia bitcoin, l’Italia rimane comunque piuttosto indietro rispetto ad altri paesi europei, sia a livello di conoscenza e popolarità della materia, sia a livello di regolamentazione.

La fondazione di Oraclize ha avuto, in prima battuta, proprio questo scopo: dare una spinta alla definizione di un quadro legale per bitcoin, grazie al suo capitale sociale interamente in criptovaluta. Ma non basta: “L’Italia non è ai primi posti come adozione dal punto di vista del numero di rivenditori che accettano bitcoin come metodo di pagamento, né mi risulta ci siano punti fisici dove acquistarli (ad eccezione di qualche atm bitcoin). Per concludere, direi che l’Italia si trova ad uno stato di avanzamento intermedio, ovvero l’attenzione alla materia sta aumentando, ma ancora stenta a trasformarsi in qualcosa di concreto su larga scala.” conclude Alice.

A Milano esiste un centro di ricerca specifico su questa tecnologia, il BlockChain Lab, che aspira a divenire un punto di riferimento globale per chiunque si occupi di blockchain technologies, riunendo investitori, ricercatori  e imprenditori.

E le tasse?                                                

Forse uno dei problemi più discussi di recente riguardo la moneta digitale è quello della tassazione. Senza entrare in tecnicismi, bisogna pagare le imposte sulle transazioni bitcoin?

L’Italia è a uno stato molto arretrato da questo punto di vista” spiega Alice Corsini. “Sono vari ormai i Paesi ad avere apposita regolamentazione, ma l’Italia non è tra questi.” A gennaio 2015, la Banca d’Italia ha diffuso un comunicato in cui esponeva diverse riserve sull’uso della valuta virtuale in assenza di un quadro legale definito.

In Europa si è iniziato a discutere se le transazioni in criptovaluta debbano essere esenti da IVA.  L’opinione del Parlamento è quella di “lasciar respirare” la materia, in modo da non ingabbiare in norme troppo rigide un settore ancora soggetto a notevoli cambiamenti.

Ma esiste anche un’altra faccia della medaglia, come ci spiega ancora Alice Corsini: “La mancanza di indicazioni dal punto di vista legislativo crea sì difficoltà per gli operatori, i quali sono costretti a definire da sé le regole che ancora mancano (parlo, per fare un esempio semplice, dell’applicazione della normativa antiriciclaggio) ma soprattutto crea uno svantaggio per i Paesi che ancora non si sono adattati all’emergere sempre più consistente di questo nuovo settore, i quali potrebbero beneficiare della nascita di numerose nuove attività, le quali invece vengono costituite in altri Paesi dove una regolamentazione, seppur vaga, già esiste.

Il rischio, per l’Italia è dunque quello di rimanere indietro nello sviluppo di attività economiche collegate a bitcoin e alle tecnologie blockchain. Come ha scritto John Lanchester  sul London Review of Books (l’articolo è stato pubblicato la settimana scorsa da Internazionale) “è tempo che la criptovaluta decida cosa fare da grande”. Ed è tempo per l’Italia e per i paesi europei di decidere se e come seguirla.