Archeologia digitale tra social e pop

Dagli scavi a archeopop: la storia di Astrid, archeologa pop.

Astrid D’Eredità è una digital strategist con un passato da archeologa, saltata dalla trincea di scavo alla Rete. È stata consulente in divisione Comunicazione e Relazioni Esterne Enel SpA ed oggi si occupa di strategie digitali per musei, progetti culturali, teatri e formazioni musicali. Coautrice dei testi del sito web della Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma per conto di Electa Mondadori, col suo sito archeopop.it è stata media partner di molti importanti eventi archeologici nel 2015: Aquileia ArcheoFest, Day of Archaeology al Forum Pacis e al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme di Roma, #uffiziarcheologia presso la Galleria degli Uffizi di Firenze, Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, BMTA Paestum, #emptyCapitolini per i Musei in Comune di Roma. In campo musicale ha collaborato con gli Afterhours per il Festival ‘Hai paura del buio?’ e dal 2013 segue in Italia e all’estero l’Orchestra di Piazza Vittorio, il più grande ensemble multietnico europeo.

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Astrid ci racconti un po’ la tua storia?
Sono un’archeologa e sono tarantina, partiamo da questi due principi fondanti. Mi sono formata tra Bari, dove mi sono laureata e ho frequentato la scuola di specializzazione con tesi finale in museologia, e Napoli, dove ho ricevuto il dottorato dalla Federico II. Poi tanta archeologia urbana e preventiva a Roma.

Di cosa ti occupi in concreto?
Sono stata a lungo archeologa ricercatrice sul campo, una di quelle che sfogliano e documentano strati e strutture, per intenderci. Da sempre sperimento linguaggi e dinamiche di comunicazione sul web. Qualche anno fa sono saltata dalla trincea di scavo alla Rete e, dopo qualche esperienza in divisione comunicazione di grandi aziende, oggi mi occupo di strategie digitali per musei, attività culturali, teatri e formazioni musicali. Il mio progetto personale è il sito archeopop.it, che propone uno sguardo sull’archeologia decisamente nuovo (soprattutto sui suoi social) ed è stato media partner di molti importanti eventi culturali nell’ultimo anno.

Si parla spesso di divario digitale e in particolare di genere, ma quale è la tua opinione e come secondo te può essere affrontato? Nella tua professione quali criticità hai riscontrato e quali invece aspetti positivi da dover implementare?
Credo si tratti fondamentalmente di un problema culturale. Quando andavo a scuola io, circa trent’anni fa, c’era questa implicita e sottintesa idea che le bambine dovessero dedicarsi maggiormente ai dettati e i bambini ai problemi di matematica. Anche al liceo ricordo atteggiamenti di questo tipo ed io stessa ne sono stata influenzata. Non che non ci fossero ragazze più inclini ad occuparsi di materie scientifiche e tecnologiche, eh, ma sicuramente non venivamo spinte granché. Su di me avrebbe fatto molto presa conoscere donne che ce l’avevano fatta, che avevano intrapreso studi in discipline STEM, parlare con loro e fare domande dirette sul loro percorso.
In archeologia (e in generale nella tutela del patrimonio culturale) la stragrande maggioranza dei professionisti è donna e fino a qualche anno fa alle donne si appaltavano lavori limitatamente agli ambiti di didattica, museologia, gestione e studio dei reperti di scavo. Eppure sono venute fuori figure giganti della disciplina, come Clementina Panella che ha scritto la storia dei traffici commerciali nel Mediterraneo. Oggi il quadro è un po’ cambiato: sono molte le archeologhe che si occupano di GIS, modelli 3D, archeometria, open data e più in generale di scienze applicate all’archeologia. I soffitti di cristallo ci sono sempre ma è evidente che ci sia maggiore libertà di scelta e una più spiccata propensione verso certi temi.

Quanto secondo te sono importanti le competenze digitali applicate al settore dei beni culturali? Puoi farci qualche esempio a riguardo? Ci sono esempi internazionali o anche buone pratiche nel nostro Paese?
Non possiamo farne a meno. Studiamo le civiltà antiche per restituire la loro storia alla società moderna, non per riempire album di figurine di ritrovamenti: “La statua di Apollo ce l’ho, quella di Venere anche, Mercurio mi manca…”. No, assolutamente no. Molte missioni archeologiche, soprattutto universitarie, hanno introdotto in maniera permanente il rendering 3D e lo utilizzano in progetti di archeologia pubblica per rendere partecipi dei risultati le comunità nei cui territori si trovano gli scavi. Di recente, poi, mi è molto piaciuto il lavoro compiuto per raccontare l’attività della Cooperazione Italiana a favore del patrimonio culturale in Iraq, in mostra per un breve periodo al MAXXI di Roma ma accessibile da tutti attraverso il sito rinasceredallabellezza.it. Penso anche alle tante attività dell’IBAM CNR e al progetto Viaggio nei Fori di Roma Capitale che fa rivivere i Fori di Augusto e Cesare con l’intervento di Piero Angela e Paco Lanciano. Sono solo i primi esempi che mi vengono in mente, perché per fortuna ce ne sono molti più di quanto si immagini.

Quali progetti ti hanno affascinato tanto da indurti a decidere di cimentarti in una modalità così innovativa in un contesto che per definizione è considerato classico?
Avevo in testa l’idea di occuparmi di questi temi sul web da anni, mi accompagnava come un tarlo. Pensa che l’account Twitter di ArcheoPop, anche se con un altro nome, l’avevo registrato già a maggio 2012, molta acqua sotto i ponti prima di lanciare davvero il sito! Alla fine – parafrasando l’illustrissimo Master Yoda – ho capito che si trattava di fare o non fare, e non esisteva tergiversare come stavo facendo. Mi sono lanciata e ho iniziato piano piano a definire una linea editoriale, una strategia social, a chiedermi di cosa volevo parlare. Ho scelto gli eventi archeologici, dalle conferenze alle mostre, e ogni tanto ci metto del mio con approfondimenti specifici, infografiche, meme. Credo si sentisse forte l’esigenza di una comunicazione efficace ma non graniticamente istituzionale, altrimenti ArcheoPop non avrebbe avuto il successo che ha. Così tanto che a breve il team dovrà necessariamente allargarsi per offrire nuovi contenuti, e sarà tutto al femminile.
Se devo citare un esempio scelgo Trowel Balzers che è un progetto diverso nei contenuti (si occupa di raccogliere e condividere biografie di studiose della disciplina poco conosciute) ma ha un tipo di approccio che sento nelle mie corde: semplice, efficace, ben documentato e di livello scientifico ma senza tanti giri di parole. In una parola, pop.

Com’è nata l’idea degli archeosticker e perché?
La prima in assoluto è stata realizzata da Luca Corsato, uno che si autodefinisce “curioso zuzzurellone” ma in verità è grande esperto di conoscenza aperta e riusabile e da alcuni anni studia come applicare l’open business model ad ambiti culturali come musei, archivi ed enti di ricerca. Quasi per caso, come sempre capita, stava utilizzando immagini d’arte per creare sticker per Telegram e ha pensato che avrebbe potuto trovare in me, Antonia Falcone, Domenica Pate e Paola Romi un gruppo di archeologhe pronto a ispirare nuovi soggetti. Li creiamo con molto divertimento e una buona base di conoscenze, per dimostrare che arte e archeologia si possono consumare anche sotto l’aspetto del gioco e della traduzione iconica, e che si può riusare l’enorme patrimonio di immagini e informazioni disponibili su Wikimedia Commons.

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Cosa secondo te dovrebbe migliorare il nostro sistema di beni culturali in termini di comunicazione e soprattutto attrattiva verso le nuove generazioni?
Credo che il Ministero dei Beni Culturali si stia muovendo bene in questo senso dopo anni di immobilismo ma si può sempre fare meglio (e meno male!).
Tra le altre cose, si deve approfittare delle potenzialità dei social nella maniera giusta: avere una pagina su Facebook o un account su Twitter non serve a molto se non hai una strategia editoriale o pubblichi cose a caso, in un linguaggio oscuro. Ecco, liberarsi da quello che io chiamo “soprintendenzese” sarebbe un buon risultato. Quel linguaggio graniticamente istituzionale che allontana e fa percepire il patrimonio come una questione tra pochi, antica, pallosa: “Numerose attività avranno luogo”, “Siamo lieti di invitarvi”, “Numerosi oggi i visitatori del museo”. Ok è italiano, ma in Rete non si parla così.
Definizioni assurde come “il recipiente cefaloantropomorfo fittile” non si possono sentire, è un registro esoterico e super tecnico di cui ridono anche gli stessi archeologi.
Per le nuove generazioni trovo utile il fenomeno degli scavi social, che nasce dalla volontà di alcuni team di esplorare una dimensione nuova di confronto ed apertura con pubblico e studiosi attraverso, appunto, gli account sulle principali piattaforme social. Personalmente sto testando Snapchat per verificarne le potenzialità di comunicazione verso i più giovani, ne scrivo in proposito il prima possibile!

Cosa ti auguri e cosa ti aspetti per il tuo futuro e quello delle prossime generazioni?
A costo di sembrare un’aspirante Miss direi la pace nel mondo. Perché la prospettiva contraria è davvero una cosa che mi impaurisce.

Di Emma Pietrafesa

Emma Pietrafesa ricercatrice non strutturata presso Enti di ricerca e Università, Comunicatrice. Lavora nel settore delle attività di ricerca e comunicazione da oltre 10 anni, con focus su: ICT e socialmedia ed impatto sugli stili di vita, tematiche di genere, salute e sicurezza sul lavoro. E’ Responsabile del Coordinamento editoriale della Rivista accademica RES PUBLICA. Fa parte del Direttivo di Stati Generali dell’Innovazione e della Rete WISTER. Al suo attivo oltre 30 pubblicazioni tra articoli, saggi, monografie e cura redazionale di pubblicazioni scientifiche e accademiche. Docente e relatrice in Convegni e seminari di settore.

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