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Foto di Paul Inkles, Flickr

Lo stereotipo dei nativi digitali spesso veicola il grande equivoco che i giovani conoscano tutto della Rete e siano abili esperti informatici. Già una indagine effettuata dall’Università di Milano-Bicocca sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde ha invece evidenziato che due su tre non sanno come funzioni Wikipedia o cosa sia in realtà.

I nostri nativi sono in realtà degli ignoranti digitali malgrado siano abili utenti poiché hanno la dimestichezza e manualità necessaria nell’accedere velocemente ai sistemi e piattaforme digitali.

In realtà l’utilizzo e le interazioni online dei ragazzi (13-17 anni) non differiscono in maniera sostanziale dalle altre fasce d’età ma è proprio nel maggior utilizzo che questi ultimi fanno di questi nuovi strumenti. I ragazzi preferiscono infatti utilizzare e comunicare attraverso le varie e differenti applicazioni utilizzabili tramite smartphone, tablet e connessione wi fi ed internet illimitato. Per loro dunque non sussiste una separazione netta o differenziazione tra interazioni e vita online da quella offline: tutte le loro attività anche esperienziali sono perfettamente integrate anzi talvolta persino più sviluppate nell’ambiente digitale.

La situazione italiana

Il 60% dei nostri ragazzi naviga online tutti i giorni (o quasi) con una durata di connessione media di 2-3 ore al giorno. Di questi oltre il 57% (età compresa tra i 9 e 16 anni) ha attivo un profilo di social networking. L’Italia registra inoltre una elevata percentuale di ragazzi che accedono al Web senza la supervisione di un adulto (62%), mentre in merito agli accessi informatici che avvengono all’interno delle scuole detiene la percentuale più bassa in Europa (solo il 36%). Infatti la conoscenza e l’’uso di accorgimenti tecnici per le impostazioni di sicurezza e privacy è ancora relativamente basso: solo il 21% dei genitori predispone filtri e blocco ai siti e di questi solo il 15% tiene traccia della cronologia dei siti web visitati dai propri figli.

Da una ricerca condotta da Eu Kids Online emerge, infatti, un divario sensibile tra i comportamenti effettivi online dei ragazzi e la percezione che ne hanno i genitori. Se questi ultimi, infatti, si sentono sicuri e capaci di gestire il controllo dei figli in Rete, sembra che i ragazzi seguano molto poco i consigli degli adulti. Non aiuta il fatto che molti genitori (l’82% in Italia, percentuale più alta del 10% rispetto alla media europea) ritengano «altamente improbabile» che i propri figli possano imbattersi in situazioni spiacevoli.

Bullismo Tradizionale versus cyberbullismo

Fatevene una ragione esistono entrambi e sono strettamente correlati tra loro: coloro che sono vittime di bullismo a scuola, sono vittime di bullismo on line e coloro che sono bulli off line lo diventano anche in rete; (Hinduja e Patchin , 2009; Kowalski & Limber , 2013; Ybarra , Diener -Ovest , e Foglia, 2007)

I due fenomeni sono strettamente correlati malgrado i ricercatori hanno evidenziato alcuni aspetti peculiari tali per cui i due fenomeni andrebbero distinti e considerati in maniera singola.

Ad esempio si può essere vittima di cyberbullismo a qualsiasi età, ma la fascia anagrafica più esposta al rischio sembra essere quella compresa tra i 12 e i 14 anni (Tokunaga,2010). Inoltre alcuni studi hanno evidenziato un maggiori rischio da parte delle ragazze di essere vittime di soprusi e prevaricazione da parte dei ragazzi (Engupta & Chaudhuri, 2011; Tokunaga, 2010); un fenomeno che sembrerebbe invertire la dinamica del bullismo tradizionale laddove sono i maschi ad essere più coinvolti sia in qualità di vittime che bulli (Sontag et al.,2011).

Altre differenziazioni legate alla natura puramente tecnologica del mezzo attraverso il quale si effettua la violenza rispetto invece alla interazione faccia a faccia del fenomeno tradizionale possono essere sintetizzate in questo modo:

  • il bullo può essere anonimo o meglio non esplicitare la propria identità;
  • la vittima può essere assente nel momento in cui viene commesso l’atto;
  • le intimidazioni sono estese al di fuori dell’orario scolastico poiché la tecnologia consente il perpetuare dell’atto 24 ore al giorno;
  • l’abuso può essere replicato velocemente e quasi all’infinito (foto, pettegolezzi, pubblicazione di dati sensibili e password della vittima);
  • più persone possono partecipare e condividere la violenza;
  • gli effetti sono diversi e talvolta peggiori perchè ripetuti rispetto al fenomeno tradizionale;
  • difficoltà nel trovare e chiedere aiuto o supporto da parte degli adulti (genitori o educatori) proprio perché questi ultimi hanno spesso poca dimestichezza con le tecnologie digitali e quindi vengono percepiti come distanti e non capaci di poter risolvere positivamente il problema

Secondo l’ultimo rapporto dell’Istat sul bullismo (Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi), pubblicato a dicembre 2015, tra i ragazzi che usano  cellulare e Internet, il 5,9 % ha denunciato di avere subito ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, mail, chat o social network. Vittime, più di tutti, sono le ragazze: il 7,1% rispetto al 4,6% dei ragazzi. Si parla di statistiche che riguardano soprattutto adolescenti di età tra i 14 e i 17 anni.

Più di nove adolescenti su dieci usano un telefono cellulare, la metà usa un personal computer, sette su dieci usano Internet. Due ragazzi su tre, poi, ritengono che il cyberbullismo sia un fenomeno in crescita. Dati che non tengono ovviamente conto di chi non denuncia.

Rilevare il fenomeno del cyber-bullismo: un’indagine pilota

Monitorare e studiare il fenomeno per cercare di intervenire in caso di cyber-attacchi sarebbe auspicabile per noi adulti educatori e genitori. Da questa esigenza è nato uno strumento di rilevazione per il cyberbullismo realizzato con il supporto e la professionalità del mio amico e collega Antonio Pizzuti per essere utilizzato nella realtà delle scuole secondarie superiori di II grado.

Il questionario è stato erogato nel corso degli incontri organizzati dalla Rete WISTER nel corso del 2014 in alcune scuole laziali e lucane. Lo strumento costruito si ispira a modelli preesistenti realizzati in esperienze internazionali quali la survey dell’EU Kids on line e l’European Questionnaire of Bullying and Cyberbullying nato all’interno del programma Daphne. I soggetti coinvolti nella ricerca ammontano a 363 unità. La popolazione esaminata contiene un numero di uomini e donne pressoché simile. Tuttavia, gli uomini sono leggermente di più e rappresentano il 51% di tutti gli intervistati.

Esaminando il cyber-bullismo subito in ottica di genere, constatiamo che le più colpite sono le donne il cui tasso aggregato tra cyber-bullismo subito “spesso” e cyber-bullismo subito “sempre” è del 6,2%. Di contro, solo l’1,1% degli uomini dichiara di aver subito cyber-bullismo “spesso” e “sempre”. I nostri risultati sono in linea con questi risultati ci sono i dati della ricerca Ipsos 2013 e lo stesso rapporto EU-kids on line.

Secondo la ricerca Ipsos  e Save the Children del 2013 gli adolescenti alla domanda se subiscono azioni di cyber-bullismo rispondono “sempre” nell’1% dei casi, “spesso” nel 4%, “a volte” nel 36% e la maggioranza (60%) risponde “mai”. Secondo il rapporto UE-Kids on line in tutta Europa, il 6% degli utenti di Internet tra i 9 e i 15 anni riporta di essere  stato vittima di bullismo on line, e il 3%  confessa di aver agito bullismo on line.

Ci sono diverse modalità attraverso cui una vittima subisce attacchi online. Tra gli attacchi maggiormente riscontrati ricorrono alcune precise modalità.  Il 21,1% dei ragazzi dichiara di aver ricevuto brutti messaggi di testo, il 5,1% ha subito violenza attraverso foto e video dal contenuto improprio e il 2,5% ha ricevuto insulti sul web. Si evindezia inoltre un divario di genere che riporta una maggior frequenza di risposte  ovvero “brutti messaggi di testo”. Il 15,4% dei ragazzi contro il 27% delle ragazze ha ricevuto brutti messaggi di testo.

I ragazzi attuano anche inconsapevolmente comportamenti a rischio.
Nell’indagine abbiamo esaminato anche i cosiddetti comportamenti a rischio tenuti dai ragazzi con alcune domande specifiche.  Il 32% del totale degli intervistati asserisce che “qualche volta” ha  postato foto o video di qualcuno in una situazione imbarazzante ed il 3% del totale dei ragazzi lo fa addirittura “spesso”.

Tabella 1. Frequenza nel postare foto o video di qualcuno in una situazione imbarazzante per genere

Mancata rispostaMaiQualche voltaSempreSpessoTotale
FV.A.21065937177
V.P.1,1%59,9%33,3%1,7%4,0%100,0%
MV.A.41166024186
V.P.2,2%62,4%32,3%1,1%2,2%100,0%
TotaleV.A.6222119511363
V.P.1,7%61,2%32,8%1,4%3,0%100,0%

Fonte: Indagine Pietrafesa-Pizzuti Novembre/Dicembre 2014

 

La frequenza nel postare informazioni personali (come indirizzo, telefono, ecc. ) è più elevata nelle donne. Nella tabella 2, aggregando il tasso percentuale nelle risposte “qualche volta”, “sempre” e “spesso”, le donne  che postano le informazioni personali sono il 35,1% del totale mentre gli uomini che fanno altrettanto sono il 30,1%.

Inoltre il  30,5% delle ragazze accetta  o richiede “spesso” amicizia a persona che non conosce. Di contro, gli uomini che fanno la stessa cosa sono il 26,3% del totale.

Tabella 2. Frequenza nel postare informazioni personali (come indirizzo, telefono, ecc.) per genere

Mancata rispostaMaiQualche voltaSempreSpessoTotale
FV.A.11145147177
V.P.0,6%64,4%28,8%2,3%4,0%100,0%
MV.A.51254538186
V.P.2,7%67,2%24,2%1,6%4,3%100,0%
TotaleV.A.623996715363
V.P.1,7%65,8%26,4%1,9%4,1%100,0%

Fonte: Indagine Pietrafesa-Pizzuti Novembre/Dicembre 2014

Conclusioni

Attualmente è l’ambiente domestico e privato che rappresenta il contesto primario in cui sono mediate e sperimentate le esperienze sul Web da parte dei nostri ragazzi, laddove invece andrebbe riconosciuto anche alla scuola un ruolo e presenza fondamentale per l’educazione e la sensibilizzazione dei bambini e dei loro genitori alla conoscenza della rete, soprattutto quando i genitori non siano essi stessi utenti del Web e delle nuove tecnologie. In termini di alfabetizzazione digitale, rispetto al resto d’Europa, i ragazzi italiani sono meno attrezzati e hanno maggiori carenze di competenze di base e di sicurezza e impostazione della privacy.

Un concreto percorso di alfabetizzazione digitale rivela, sottolinea ed evidenzia la necessità di promuovere una cultura digitale che consenta non solo di sapere utilizzare le nuove tecnologie, cogliendone il valore per le opportunità di sviluppo personale e professionale in questo mondo globalizzato, ma anche soprattutto di acquisire una forte consapevolezza nell’uso delle tecnologie anche in relazione ai rischi ad esse connessi.

Il social network, che non è solo Facebook, e sopratutto non è il diavolo, ha le sue regole talvolta sconosciute ma ha anche dei dispositivi di salvataggio, ovvero strumenti semplici, a portata di mano, che consentono di bloccare qualcuno che non ci piace; di impedire ad altri di infastidirci commentando; di stoppare chi ci “tagga” in foto o in post che ci mettono in difficoltà. Insieme a regole comportamentali esistono strumenti (impostazioni, software specifici, filtri e così via) che possono essere usati sia dai ragazzi che dai genitori e dagli insegnanti.

Nulla è più efficace di un giusto mix tra atteggiamenti corretti da tenere e utilizzo di specifici strumenti informatici. A questo va sicuramente aggiunto il sostegno degli adulti, che deve essere costante, non invadente ma sempre attento.

Se vi interessa leggere e conoscere i risultati dell’indagine vi consiglio Il secondo volume de “La rete e il fattore C: Cultura, Complessità e Collaborazione” Potete scaricarlo gratuitamente  con una semplice condivisione via social.  Ci sono anche altri saggi molto più interessanti… provare per credere 😉