La mia prima volta a Velocity, per scoprire a che velocità si muove il web

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foto al palco di Velocity durante il benvenuto iniziale

Amsterdam, fine ottobre. Mattine fresche e limpide, luce tenue, orde di olandesi che sfrecciano sulle loro biciclette per andare al lavoro e noi che, a piedi, un po’ incerti, cerchiamo di non farci travolgere.

Comincia così per me e due colleghi la prima giornata di Velocity, una conferenza organizzata da O’Reilly e incentrata sulle performance delle applicazioni web e sulla cultura DevOps che è tanto di moda di questi tempi.

Durante i tre giorni di conferenza (il primo dedicato ai training) si parla di scalabilità, ottimizzazione, tempi di risposta, operatori e sviluppatori, e sviluppatori-operatori, cloud, container, monitoring e tantissimo altro. Perché non basta più sviluppare l’applicazione più bella e responsiva del mondo, se poi ci mette una vita a caricare la pagina.

Descrivervi nel dettaglio tutto quello che ho visto e sentito in quei 3 giorni non sarebbe in linea con lo spirito della conferenza (e lo trovereste incredibilmente noioso). Per cui mi limito a raccontarvi le cose belle che mi sono portata a casa e lascio a voi approfondire quello che più vi interessa: O’Reilly metterà a disposizione del pubblico il materiale di Velocity, quando gli speaker daranno il proprio consenso.

palco di Velocity, apertura lavori
palco di Velocity, apertura lavori – credits O’Reilly Conferences

Le parole che ho messo nello zaino, ripetute spesso durante le presentazioni e nelle chiacchiere da corridoio, sono performance, containers e DevOps. E Etsy.

Performance, che vanno continuamente monitorate per assicurarci che le nostre applicazioni abbiano tempi di risposta adeguati e tempi di “down” minimi, possibilmente nulli. Al monitoring si devono accompagnare cicli di reazione brevissimi, grazie al supporto di strumenti adeguati ma anche grazie ad un cambiamento culturale (supportato dal movimento DevOps) che “accorcia” la catena.

Container, perché è il momento di Docker e gli altri che ci accompagnano oltre il cloud, dove le applicazioni (spesso ridotte a microservizi indipendenti) girano su container che possiamo distruggere e ricreare a piacimento in un attimo per adattarci alle necessità del momento.

Per aumentare la velocità operativa non bastano soltanto nuovi strumenti. Occorre un cambiamento culturale che porta chi sviluppa le applicazioni e chi poi le distribuisce e gestisce a fondersi in una nuova figura mitologica: il DevOps (sviluppatore – operatore). E questo ci porta a Etsy, che sulla cultura DevOps ci è cresciuta e che era un po’ dappertutto a Velocity. Se volete capire meglio cos’è questa storia di DevOps, potete dare un’occhiata qui. Per approfondire come lavora Etsy, potete visitare la sezione dedicata sul loro sito, Code as Craft.

La sorpresa più piacevole è stato di trovare Women Who Code e Code Chix tra gli sponsor community della conferenza. Per quanto la presenza femminile tra il pubblico fosse davvero limitata.

La scoperta leggermente offtopic più interessante è stato il Physical Web presentato da Google, ovvero di come il passo oltre l’IoT (Internet delle cose) ci permetterà di interagire con gli oggetti “smart” in giro per la città (dal parchimetro, alla fermata dell’autobus, a un giocattolo) senza bisogno di installare un’app per ciascuna.

Una delle cose che mi ha fatto più piacere è stato sentire, nel corso di numerosissime  presentazioni, “Questo tool é open source, lo trovate su GitHub”. Velocity ha luogo immediatamente dopo OSCON, la conferenza dedicata all’Open Source e organizzata sempre da O’Reilly, ed è chiaro che lo spirito resta nell’aria.

Il keynote più ispirante è stato quello di Bruce Lawson (@brucel), perché lui è davvero un grande speaker e perché ha raccontato cose interessanti, ovvero di come gli utenti del web del futuro verranno da zone del mondo in cui le reti Internet sono quel che sono ed in cui la maggior parte delle persone non potrà permettersi l’ultimo iPhone. Ed è fondamentale pensare anche a loro quando costruiamo la nostra applicazione web. Trovate il video della presentazione su GitHub e un articolo che riassume un po’ le stesse cose sul blog di Opera (per cui lavora). Per quanto il talk fosse orientato a parlare in particolare di Opera Mini, le osservazioni generali sono davvero interessanti.

La sensazione generale con cui si torna al lavoro dopo una conferenza come questa è riassunta bene dal termine inglese “mindblowing”: si va a casa pieni di informazioni, nuove idee, lunghe discussioni su branching strategy per git (un grosso grazie a Emma Jane, @emmajanehw), scambi più o meno confortanti con esperti di Docker, qualche libro e tanti gadget!

Di Silvia Bindelli

Silvia è un'ingegnere informatico trapiantato in Costa Azzurra. Nel tempo libero collabora con la comunità open source di Ubuntu, esplora e fotografa la più grande quantità di mondo possibile, trasforma la cucina in un campo di battaglia da cui escono cupcake, brownies, loaf, crostate...e qualche volta anche qualcosa di salato!

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