Una vita da giurista geek: Fernanda Faini

Fernanda Faini è geek e giurista esperta di diritto delle nuove tecnologie. L’abbiamo incontrata per parlare di E-government e di come una Pubblica Amministrazione digitale potrebbe migliorare le nostre vite.

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Fernanda Faini, laureata con lode in Giurisprudenza presso l’Università di Firenze, ha conseguito il Master di secondo livello in Management Pubblico ed E-Government ed è ora responsabile dell’assistenza giuridica in materia di e-government e open government presso la Regione Toscana. Fernanda è anche molte altre cose, tra le quali docente in diritto delle nuove tecnologie all’Università di Firenze, dove è cultore della materia Informatica giuridica oltre che coautrice di un libro presentato di recente intitolato La nuova pubblica amministrazione. Con lei abbiamo parlato dello stato dell’e-government e della sua professione.

Cosa ostacola la digitalizzazione nelle PA? I cittadini secondo te fanno la parte dei cittadini?

La digitalizzazione della pubblica amministrazione italiana è un percorso complesso che non si identifica nella semplice automazione dell’esistente (errore peraltro della prima fase di digitalizzazione), ma si traduce in un cambiamento profondo della fisionomia delle amministrazioni, che comporta riorganizzazione, reingegnerizzazione dei procedimenti e un nuovo approccio orizzontale con le altre istituzioni, con le imprese, con i cittadini. Gli ostacoli in questo percorso sono molti, primo fra tutti l’errore reiterato nel tempo di progettare riforme prive di risorse dedicate e di visione a lungo termine. Per l’impatto  e l’ampiezza del cambiamento innescato dalle tecnologie c’è necessità di una logica progettuale (e non emergenziale) e c’è bisogno di risorse dedicate: non esiste innovazione a costo zero. Senza investimenti è peraltro difficile immaginare la concreta attuazione delle disposizioni normative, conseguenza che in effetti si è spesso verificata.

La prima necessità che quindi si percepisce è quella di dare vita a diritti e strumenti normativamente previsti. Le leggi ci sono,ma si sono susseguite negli anni spesso in modo convulso e senza organicità, facendo perdere al codice dell’amministrazione digitale (d.lgs. 82/2005) quelle caratteristiche di organicità, esaustività e solidità nel tempo, che andrebbero recuperate. C’è anche l’esigenza di rendere le disposizioni più semplici, chiare e offrire strumenti che permettano interpretazioni comuni. C’è bisogno di decreti attuativi e regole tecniche nei tempi previsti, per non lasciare, come troppo spesso accade, “monche” le disposizioni. Ne va del resto della stessa certezza del diritto, se la mancata chiarezza provoca interpretazioni difformi e distanti fra amministrazioni diverse che provocano un’Italia a macchia di leopardo a seconda della virtuosità dei singoli territori.

Per quanto riguarda i cittadini, a mio avviso, non stanno ancora agendo i diritti che hanno grazie alla “cittadinanza digitale” e che sono già previsti dalle norme. Colpa loro? Direi proprio di no, perché ancora mancano gli stessi presupposti per agire i diritti digitali di cui sono dotati, si pensi alla permanenza di territori da infrastrutturare in banda larga, alla necessità di “alfabettizzazione informatica” posta da statistiche non lusinghiere per il Paese e superare l’ancora esistente e tenace digital divide. Soprattutto poi si pone l’esigenza di cultura digitale, che fornisca ai cittadini la necessaria consapevolezza circa le opportunità di sviluppo personale e professionale, ma anche dei rischi delle tecnologie. L’intervento da compiere si traduce nel garantire il rispetto dell’uguaglianza sostanziale di cui all’art. 3, comma 2, della nostra Costituzione. Ciò comporta che al suo superamento sia ontologicamente destinato il soggetto pubblico.

Sono quindi le istituzioni, per stesso dettato costituzionale, a dover intervenire per rimuovere quegli “ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, sviluppo che si realizza sicuramente nel mondo attuale anche per mezzo delle tecnologie e, in particolare, del potente strumento del web.

FernandaFainiNelle scorse settimane qualcuno aveva lanciato l’idea di abolire la PEC. Che ne pensi?

Il legislatore italiano nel corso degli anni e nelle relative norme di riferimento ha investito particolarmente sulla PEC (strumento, bisogna dirlo, tutto italiano) per le caratteristiche che permette di garantire riseptto alla mail, che sconta maggiore “debolezza”. La PEC altro non è che uno strumento: esistono sistemi di cooperazione applicativa, previsti peraltro anche dalla normativa, che possono permettere il dialogo fra soggetti ed essere realizzati in  modo da fornire garanzie analoghe a quelle fornite dalla PEC.

E allora se non abolita (via peraltro difficilmente perseguibile alla luce dell’attuale quadro normativo, se non a patto di profonde e ampie modifiche normative), dovrebbe essere ridimensionata e vista come uno strumento accanto ad altri che l’evoluzione tecnologica permette di realizzare. Più drastica mi sento di essere invece sulla CEC-PEC, specifica tipologia di PEC con la caratteristica di permettere il dialogo solo fra cittadini e istituzioni, che produce una potenziale proliferazione di PEC a seconda dei diversi utilizzi e dei differenti soggetti con cui si dialoga, che non va certo nel senso della semplificazione e della semplicità, oltre a minare la libertà, possiamo dire, di “domicilio digitale”.

Infine un’altra cosa deve essere precisata: la necessità di strumenti molto garantisti, come la PEC, è dovuta ad un contesto di latente sfiducia fra istituzioni e privati, che nel futuro tutti ci auguriamo possa lasciare spazio a un sistema diverso di fiducia sostanziale, di partecipazione e collaborazione fra i diversi soggetti in ottica di un reale open government.

Cosa pensi delle nuove regole Agcom sulla tutela del diritto d’autore on line?

Il regolamento Agcom dà adito a profonde perplessità. Innanzitutto sul “chi”, ossia sulla legittimazione a porre e a far rispettare le nuove regole sul diritto d’autore online da parte di Agcom sostituendosi a Parlamento e giudici, come giustamente sollevato dalle associazioni dei media che hanno fatto ricorso al TAR contro il provvedimento. L’importanza della proprietà intellettuale e del diritto d’autore (e la connessa lotta alla pirateria) non è ovviamente messa in discussione, ma è necessario anche ribadire la necessità di rispettare la Costituzione, la legalità e le libertà fondamentali, fra cui la libertà di espressione e di informazione. A mio avviso non avevamo certo bisogno di norme fra le più rigide in Europa:  temo l’impatto e l’applicazione rigida che ne può scaturire.

E la cara discussa webtax?

La misura prevista era veramente discutibile perché da un punto di vista comunitario      poneva l’Italia in una sorta di eccezione rispetto alla disciplina del resto d’Europa e si     traduceva in una forte limitazione del principio del meercato unico e della libera     circolazione di merci, servizi, capitali e persone, pilastri europei. La misura inoltre     rischiava di isolare l’Italia dal mercato dei giganti del web con evidenti danni per il     nostro Paese.

3 app che gli avvocati geek dovrebbero avere

Probabilmente sono ben più di 3 le app che possono fare al caso dell’avvocato e più genericamente del giurista digitale. Limitando a 3 le app direi sicuramente Dropbox, che come noto non è una app specificatamente legale, ma è utilissima e immancabile per la condivisione dei documenti, il Sole24Ore per essere costantemente aggiornati e l’accesso mobile almeno ad una banca dati giuridica per avere a portata di clic contenuti rilevanti per la professione (norme, giurisprudenza, dottrina) (come Leggi d’Italia, De Jure…).

3 cose che un cittadino deve saper fare per diventare cittadino digitale

Un cittadino deve innanzitutto conoscere i diritti e i doveri digitali che le norme gli conferiscono e che vanno a formare quella che si definisce “cittadinanza digitale”, come saper utilizzare le tecnologie nei rapporti con la pubblica amministrazione, comunicare in via telematica con le istituzioni e partecipare in via telematica ad un procedimento amministrativo. Significa anche conoscere quando e quanto si può “pretendere” dalla pubblica amministrazione; mi riferisco per esempio alla facoltà di agire il nuovo istituto dell’accesso civico previsto dal d.lgs. 33/2013 per esigere la pubblicazione di atti, dati e informazioni la cui pubblicazione è obbligatoria per legge, laddove sia stata omessa.

Inoltre essere cittadini digitali significa anche, oltre alla partecipazione a procedimenti e alla fruizione di servizi, partecipare democraticamente alle decisioni: sempre più lo Stato e gli enti locali danno luogo a processi di partecipazione e consultazioni pubbliche online. Saper utilizzare gli strumenti digitali significa poter dire la propria opinione, poter incidere sulle decisioni che verranno prese, poter agire il proprio diritto alla partecipazione democratica elettronica (e-democracy).

Quindi, per rispondere alla domanda, più che 3 cose che deve saper fare, direi più ampiamente che il cittadino per essere digitale deve acquisire tre aggettivi: deve diventare un cittadino consapevole, attento e attivo (e responsabile). Un cittadino per essere digitale deve infatti necessariamente essere  consapevole dei diritti, dei doveri e degli strumenti che ha a disposizione, deve essere attento a quel che fa la pubblica amministrazione, agendo il controllo democratico attribuito dall’ordinamento e monitorando l’esercizio delle funzioni e l’erogazione dei servizi e deve essere attivo, azionando il controllo, la  partecipazione e la collaborazione con le istituzioni, utilizzando gli strumenti che lo rendono protagonista e che permettono di dismettere l’immagine di cittadino passivo (per dirla male, suddito) che deve rimanere confinata nel passato.

Le azioni concrete di un cittadino digitale sono molteplici, diverse, ma ognuna è importante: dall’esprimere il proprio punto di vista su un servizio di cui ha fruito, al fare una segnalazione al proprio ente, fino a fornire il proprio contributo nell’ambito delle proprie competenze in una consultazione pubblica. E’ il momento in cui ognuno giochi la propria parte. La collettività è composta da ognuno di noi e il ruolo agito da ciascuno è determinante per il bene di tutti.

Di Sonia Montegiove

Dopo un colpo di fulmine per un IBM PS 1 ha coltivato ininterrottamente la sua passione per l’informatica. Analista programmatrice e docente per lavoro è avida lettrice e giornalista pubblicista per pura passione.

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