Tutto sul self-publishing: intervista a Rita Carla Francesca Monticelli

self-publishing
self-publishing

Vi sarà capitato sicuramente di chiedervi chi sono gli “scrittori fai da te”, quelle persone che oltre a scrivere decidono di essere editori di loro stessi e scegliere il self-publishing. Vi sarete domandati perché lo fanno e quali difficoltà incontrano, ma soprattutto se hanno successo e riescono a vendere.

self-publishing
Rita Carla Francesca Monticelli e il self-publishing

Bene, queste domande le abbiamo poste ad una self-publisher di successo, Rita Carla Francesca Monticelli, molto conosciuta per la serie Deserto Rosso.

Perché hai deciso di pubblicarlo da sola?

Riguardo al perché abbia deciso di pubblicarmi da sola, be’, di motivi ce ne sono tanti, ma probabilmente quello principale è che non vedo nell’editoria italiana un vero e proprio vantaggio nel cedere ad altri i diritti sulle proprie opere, almeno non per me. A meno che non si tratti di grossi editori (e talvolta neppure con quelli), raramente si riceve un anticipo sulle royalty, e quando si riceve non è una cifra di certo significativa. Allo stesso tempo, e anche come conseguenza di questo fatto, la maggior parte degli editori non assicurano di promuovere il tuo libro in maniera appropriata, anzi molti dei medio-piccoli editori si aspettano che l’autore lavori di propria iniziativa in questo senso. E allora perché dovrei cedere i diritti di un mio libro, e quindi parte degli introiti, senza ottenere davvero qualcosa in cambio? Intendo qualcosa che faccia veramente la differenza nella mia vita.

Non mi fraintendete, ci sono tantissimi editori che portano avanti il loro lavoro in maniera seria, ma essere self-publisher significa diventare uno di loro. È un approccio completamente diverso. Ci sono scrittori che non sono interessati a diventare editori, perché non hanno il tempo o la voglia di imparare questo mestiere. Preferiscono che qualcuno li guidi e per ottenere questo servizio cedono i diritti sui loro libri, e accettano il rischio di ricavarci poco. Però la cosa è ben diversa se si dispone della volontà di provare a impegnarsi in un piccolo progetto editoriale in prima persona.

In Italia gli autori che vivono esclusivamente dei diritti dei propri libri sono pochissimi (si contano nelle dita di una mano?). Visto che la possibilità di farne parte è praticamente zero, anche se hai la fortuna di lavorare con un grosso editore, tanto vale essere indipendenti, a patto che si abbiano le competenze necessarie per essere dei self-publisher di qualità o la volontà di acquisirle.

Queste riflessioni mi hanno frenato per anni dal tentare la via della pubblicazione. Non mi attirava l’idea di inviare un mio manoscritto a un editore e in passato l’unica forma di self-publishing esistente in Italia era quella del print-on-demand, che però aveva lo svantaggio di offrire sul mercato libri di sconosciuti a prezzi uguali o spesso molto superiori a quelli di autori famosi. Il risultato non poteva che essere zero vendite.

Quali le piattaforme scelte e perché?

L’arrivo di Amazon Kindle Direct Publishing nel nostro Paese ha cambiato le cose, poiché ha aperto veramente la strada al mercato degli ebook. Gli ebook degli autori indipendenti a quel punto non solo venivano venduti fianco a fianco con quelli di autori famosi, ma potevano realmente competere con essi grazie alla possibilità di avere dei prezzi inferiori all’euro, che gli editori non possono proporre, visto che devono affrontare dei costi molto superiori per pubblicare un libro e hanno la necessità di trarne profitto, essendo delle aziende.

Oltre che su Amazon, i miei libri sono in vendita su Kobo, iTunes e Google Play. Ai primi due arrivo tramite una piattaforma di distribuzione americana, Smashwords, che li distribuisce anche ad altri retailer internazionali. Invece su Google Play arrivo direttamente come su Amazon.

La raccolta della mia serie di fantascienza “Deserto rosso”, che include quattro libri, è stata pubblicata in cartaceo tramite CreateSpace, un’altra azienda di Amazon, che mi permette di vendere il libro sui vari store di Amazon e su tutta un’altra serie di negozi online raggiunti dai distributori con cui lavora, tra cui in Italia inMondadori. Si tratta di un print-on-demand che dà la possibilità di impostare dei prezzi non eccessivamente elevati (a differenza di servizi analoghi italiani).
In generale ho evitato le piattaforme italiane per evitare complicazioni a livello burocratico/pratico e avere maggiore controllo sulla distribuzione.

È chiaro che i libri di un self-publisher non arrivano in libreria, ma lo ritengo un male minore rispetto al mio scopo di pubblicare con una certa frequenza e raggiungere un certo tipo di lettore che cerchi il tipo di libri che scrivo al prezzo cui li offro (che è appunto molto basso).

Quali le difficoltà di un self-publisher e come si superano?

Il mestiere del self-publisher è impegnativo, perché l’autore indipendente non deve essere solo un autore, ma anche un editore e un imprenditore. In altre parole, deve imparare a gestire un progetto editoriale dalla sua ideazione, realizzazione, fino alla sua commercializzazione e promozione. Per farlo non basta saper scrivere bene, ma bisogna conoscere il mercato editoriale, imparare un po’ di marketing, gestire un team di collaboratori (nel mio caso lavoro con una quindicina di persone) e così via.

Tutto ciò può spaventare, ma in realtà ciò che serve veramente è imparare a organizzare il proprio lavoro e scegliere le persone giuste cui delegare tutto il resto. Si tratta di persone con cui instaurare dei rapporti di collaborazione per lo più basati su scambi di favori. In altri casi si può proprio pagare dei professionisti o dei servizi. In quest’ultimo aspetto bisogna tenere conto che il ritorno economico non è elevatissimo e si deve essere oculati nello spendere il proprio budget (che può essere anche piccolissimo). I soldi comunque non sono un problema, poiché, se ci si sa muovere bene, si può pubblicare dei libri a costo zero, come ho fatto io, e magari investire qualcosa nella promozione online oppure offline.

Per superare la difficoltà:

  • non avere fretta
  • studiare ciò che fanno altri self-publisher più esperti, entrare in contatto con loro, creare delle amicizie che possono diventare delle collaborazioni
  • iniziare a crearsi un proprio seguito online, utilizzando i social network, il proprio blog e così via
  • osare, cioè pubblicare un primo libro, magari facendo ancora qualche errore. Man mano che si va avanti si diventa più bravi, e anche dopo aver pubblicato 5-6 libri (io ho 6 titoli pubblicati, di cui uno gratuito) si scopre che c’è sempre qualcosa da imparare e quindi un certo margine di miglioramento.

Essere indipendenti è sinonimo di contatto più diretto con i lettori? Se sì come si instaura e a cosa porta?

Essere indipendenti impone il contatto diretto con i lettori, perché non esiste affatto alcun intermediario. Se sei indie devi farlo, perché è proprio dal contatto diretto con i lettori, dal modo in cui loro interagiscono con te anche come persona che scaturisce il passaparola, che è il più importante strumento di promozione nelle mani del self-publisher. Per fare questo, bisogna essere presenti e disponibili sulla rete, quindi parlo di social network, prima di tutto, ma anche con un proprio blog. Come dicevo prima, è necessario crearsi una base di lettori prima di pubblicare. Questi saranno i primi ad acquistare il tuo libro.

Il rapporto con i lettori, che termina con il passaparola, si sviluppa in:

  • pre-promozione, dove il lettore può essere coinvolto anche durante la stesura del libro e tutte le fasi successive della sua realizzazione (editing, realizzazione della copertina, del booktrailer e così via), fino a un vero e proprio conto alla rovescia della pubblicazione che, se fatto nella maniera giusta, crea aspettativa, la quale a sua volta si tramuta nell’acquisto immediato del libro appena esce
  • fidelizzazione, che è quel rapporto continuo tra autore e lettore nei lunghi periodi che vanno da una pubblicazione all’altra, in cui si mantiene l’interesse del secondo sul lavoro del primo, ma allo stesso tempo si forniscono contenuti utili, argomenti di discussione e così via. Si finisce per conoscere abbastanza bene i lettori più attivi, spesso si diventa amici (almeno a livello di web). Il rapporto costante con i lettori annulla la cosiddetta solitudine dello scrittore ed è di continuo stimolo a portare avanti il proprio progetto editoriale. In questo senso è molto importante per un autore indie, che ha quindi il controllo sul proprio progetto e può lasciarsi influenzare più o meno consapevolmente dai propri lettori. Può addirittura arrivare a chiedere loro quale libro vorrebbero che venisse pubblicato o scritto per primo. Li si può coinvolgere nella scelta di una copertina e talvolta persino nel modo in cui si svolgerà una storia, chiedendo la loro opinione sui personaggi o le loro supposizioni su cosa succederà dopo.

Uno degli obiettivi dei tuoi libri si può immaginare sia quello di avvicinare le donne alla scienza. Come cerchi di raggiungerlo?

Nello scrivere la serie di “Deserto rosso”, che rientra nella fantascienza hard (cioè quella che si fonda su conoscenze scientifiche reali), una delle mie ambizioni è quella di avvicinare i lettori a varie tematiche scientifiche, dall’esplorazione di Marte, all’astronautica, ma anche alla biologia. Questo vale per tutti i lettori, uomini e donne. Io sono convinta che questo tipo di fantascienza possa far sì che più persone vengano sensibilizzate rispetto a queste tematiche. E devo dire che, quando un mio lettore un giorno mi ha detto che grazie ai miei libri si è riappassionato all’esplorazione spaziale, ne sono stata felicissima. Come pure quando qualche altro mi dice che ora sa tutto su Marte e segue con attenzione le novità che io quotidianamente posto su Facebook sulle scoperte fatte sul pianeta rosso. Tra questi ultimi ci sono anche diverse donne.

Per riuscire a raggiungere questo risultato, cerco di inserire qua e là nella storia informazioni di natura scientifica e tecnologica, essenziali per la comprensione della storia, ponendoli però in termini divulgativi. Tutto ciò stando attenta a non eccedere, poiché essi rappresentano solo un contesto in cui si muovono i personaggi.

In relazione alle donne, però, ammetto di avere una particolare ambizione, ossia quella di avvicinarle alla fantascienza, mostrando loro che questa può essere fatta di storie coinvolgenti che qualunque lettrice può apprezzare. Infatti, accanto agli elementi scientifici, di cui i miei libri sono ricchi, ci sono i personaggi, che rappresentano l’ossatura della serie, con la loro umanità, con i loro difetti, i loro sentimenti. E poi c’è la suspense, i colpi di scena, l’azione, l’avventura. Insomma, tutti elementi presenti nei libri in mano alle donne, che però per qualche motivo evitano la fantascienza, perché associano a essa un genere definito maschile, fatto solo di astronavi, alieni, eroi, supercattivi e così via.

Il vero problema è un altro: far capire alla potenziale lettrice che i miei libri potrebbero fare al caso suo e spingerla a provare a leggerli. Ammetto di non sapere ancora come fare a vincere la loro diffidenza. Forse ci riuscirò col mio prossimo libro, che non è di fantascienza, ma si tratta di un thriller, genere amato dalle donne. Chissà che, dopo averlo letto, non si incuriosiranno e andranno a cercare anche “Deserto rosso”! In fondo, anche quest’ultimo è un thriller (o, meglio, un techno-thriller) solo che è ambientato nel futuro e tra Marte e la Terra.

Pubblicheresti mai con un editore tradizionale? Perché?

In Italia credo proprio di no. Non ne vedo un reale vantaggio o, meglio, i vantaggi ritengo siano inferiori agli svantaggi. Salvo proposte economiche da capogiro, che però sono assolutamente impossibili nel mercato editoriale italiano, tanto più se si parla di fantascienza, che qui da noi è un genere di nicchia.

Per l’estero il discorso è diverso. Potrei prendere in considerazione la pubblicazione in altri Paesi con un editore tradizionale, per il semplice motivo che è umanamente impossibile per me poter arrivare a gestire la promozione dei miei libri con efficacia in tutto il mondo. Per non parlare dei Paesi dove si parla una lingua che non conosco. Anche qui, comunque, c’è da valutare i pro e i contro, anche quelli economici.

Tre qualità che deve avere un self-publisher

 Pazienza, disciplina e volontà di imparare. Una volta che si hanno queste tre qualità, col tempo si può diventare dei buoni autori, editori e imprenditori, quindi dei veri self-publisher. Credo che sia assolutamente alla portata di chiunque le possieda e sia nel contempo un buon scrittore.

La frase conclusiva di Carla può bastare a sintetizzare il post: “Per dar via i diritti sulle mie opere, deve davvero valerne la pena”.

Di Sonia Montegiove

Dopo un colpo di fulmine per un IBM PS 1 ha coltivato ininterrottamente la sua passione per l’informatica. Analista programmatrice e docente per lavoro è avida lettrice e giornalista pubblicista per pura passione.

13 commenti

  1. Non so da dove iniziare,
    ma di sicuro basta un semplice Ciao per farmi conoscere.
    Mi chiamo Santina, ho appena letto questa intervista e mi sei piaciuta tanto.
    In verità non ti conoscevo prima ma ho deciso di scriverti quattro parole. Ultimamente sto navigando sul web per avere le giuste info per poter scrivere un libro di cucina più esattamente si tratta di far conoscere delle ricette mie personali che mi hanno regalato emozioni profumi e gusto durante la mia crescita.
    Non è il solito copia ed incolla…il web ne è così pieno che non avrebbe senso metterci anche del mio.
    Ma da dove iniziare, a chi rivolgermi, da quale fonte posso prendere le giuste info per diventare un Self- publisher…devo studiare? Devo spendere soldi? La prima domanda ancora va…ma la seconda un po di meno.
    Mi trovo fuori Italia da tre anni per lavoro ma la crisi ha raggiunto anche noi.
    Quindi che fare?
    Non so se mi risponderai ma di sicuro ho avuto piacere di scriverti ed ancor prima di leggerti….

    Grazie
    S.I.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.