Discriminazioni, femminicidio e gender gap: intervista a Giulia Camin di “Un altro genere di comunicazione”

Roosters Crow, Hens Deliver
Roosters Crow, Hens Deliver. Foto di Peter Patau http://www.flickr.com/photos/madison_guy/7167467918/
Roosters Crow, Hens Deliver
Roosters Crow, Hens Deliver. Foto di Peter Patau 

Un altro genere di comunicazione è un blog collettivo al femminile, che si propone come osservatorio sulla rappresentazione della donna nei media e sulle discriminazioni di genere, nell’accezione più ampia della definizione. Parliamo con Giulia Camin, una delle autrici.

Ci racconti come e quando è nato questo progetto?

Il blog propone un’analisi multidisciplinare della comunicazione di massa. È nato nel 2009 dall’iniziativa di Mary, studentessa in scienze della comunicazione, e dal 2010 è redatto a più mani da un gruppo di blogger con percorsi, caratteri, interessi ed età differenti, unite dall’obiettivo principale di monitorare, smascherare e decostruire il sessismo di cui la nostra società è intrisa. Un dialogo quasi quotidiano spesso precede e accompagna la produzione dei post, dialogo che dopo la pubblicazione si apre ulteriormente al confronto con i nostri lettori e lettrici. UAGDC, sia sul blog che sulla pagina facebook, gode di un elevato numero di visualizzazioni e di una partecipazione davvero ampia. La grande attenzione che riceve è uno dei tanti segnali che testimoniano quanto sia importante, oggi in Italia, approfondire le questioni legate alle tematiche di genere.

Il blog raccoglie segnalazioni e analizza il linguaggio (parole e immagini) utilizzato nella pubblicità, in televisione e dagli organi di informazione per descrivere i crimini nei confronti delle donne. Il termine femminicidio è ormai – tristemente – entrato a fare parte del vocabolario giornalistico. Secondo voi, cambiare il linguaggio aumenta la consapevolezza ed è il primo passo per far partire un cambiamento culturale?

Cambiare il linguaggio è fondamentale, ma si tratta di un processo di sensibilizzazione e impegno collettivo per diffondere informazione, consapevolezza e cultura del rispetto. Quando nelle testate nazionali troviamo titoli che alludono a «delitti passionali», «raptus», «amori finiti per gelosia»  abbiamo la prova di quanto il lavoro da fare sia ancora moltissimo. Dietro a un uso discriminatorio e fuorviante del linguaggio, quotidianamente perpetuato dall’informazione e dall’industria dello spettacolo, si celano retaggi di matrice patriarcale e maschilista. È importante contro-informare, ribattere, segnalare, essere presenti e reattivi/e. Non dimentichiamo che il delitto d’onore è stato un reato riconosciuto dalla giurisprudenza italiana fino al non lontano 1981. Ma analizzare la superficialità con cui la stampa tratta il tema del femminicidio è solo la punta dell’iceberg. Le «iconografie contemporanee» che vedono, nelle pubblicità ad esempio, le donne relegate al ruolo di corpi-oggetto, casalinghe o mamme sono altrettanto pericolose e dannose.

Quali sono le difficoltà che vi trovate ad affrontare? Quali le critiche più comuni che vi vengono rivolte?

Le difficoltà sono molteplici, fra cui quella di dover lottare per sottolineare qualcosa che in altri paesi europei è dato per assodato cioè il legame fra linguaggio sessista dei media contemporanei e la violenza  fisica che viene perpetuata ogni giorno nei confronti delle donne, attraverso femminicidi, molestie e discriminazione.

Un’altra accusa è quella di «esagerare» e di affrontare temi di scarso rilievo. Siamo convinte di essere sulla strada giusta e il nostro rigore sta proprio nell’esercitare uno sguardo critico come forma di resistenza. Anni di militanza, nella vita quotidiana come nel web, ci hanno insegnato come la violenza contro le donne sia subdolamente onnipresente e spesso si celi proprio in programmi notizie o pubblicità apparentemente innocue. Inoltre è allarmante riscontrare come in Italia si parli di parità come di un tema non di prioritaria importanza, liquidato perché «ci sono cose più importanti di cui occuparsi». Il nostro paese è risultato all’80° posto nella classifica 2010 del Gender Gap ; molti paesi europei, fra cui la Francia, stanno costruendo proprio a partire dall’educazione alla parità, le basi del loro futuro.

Un altro genere di comunicazione

Tra le rubriche fisse del blog c’è Libera infanzia, che si pone come obiettivo l’analisi degli stereotipi di genere inculcati nei bambini fin da un età molto precoce, e di come ciò possa condizionare le loro scelte future. Si parla inoltre di casi di vera e propria sessualizzazione del corpo delle bambine nella pubblicità e nei media.

Si tratta di pratiche molto diffuse nel mondo della moda e dello spettacolo. La sessualizzazione precoce delle bambine procede di pari passo con lo svilimento dell’immagine femminile tout court. Sull’infanzia si riversano gli stessi stereotipi dedicati all’immaginario adulto, per questo motivo negli spot di giocattoli o abbigliamento per l’infanzia troviamo bimbe descritte come perfette spose, mamme o donnine di casa. La sessualizzazione precoce, messa in scena ad esempio dalla ditta olandese After Eden con il marchio Boobs&Bloomers che nel 2011 aveva lanciato una campagna – poi ritirata grazie alle segnalazioni – per pubblicizzare una linea di abbigliamento intimo per adolescenti,  è legata a un messaggio ben preciso: le bambine, in quanto giovani donne, devono «essere belle» per imparare a compiacere, essere seduttive e corrispondere a un certo ideale di femminilità, esattamente come le loro madri. Questo immaginario pubblicitario si proietta su bambine e adolescenti con grande prepotenza e provoca danni enormi sia sull’immaginario femminile che su quello maschile. Bisogna restituire all’infanzia la libertà assoluta di giocare e immaginare un futuro che vada al di là delle restrizioni imposte dal genere di nascita.

Anatomy is not destiny!

Tu collabori con il blog di Lorella Zanardo, Il corpo delle donne. Cosa pensi della sua campagna per l’educazione ai media all’interno delle scuole?

Il lavoro di Lorella Zanardo è estremamente prezioso. La rivoluzione cominciata con il documentario dedicato all’immagine della donna nella televisione italiana ha riscosso un grande successo sia in Italia che all’estero. Nuovi occhi per i media è un’operazione culturalmente necessaria, che risponde alle esigenze di tutti coloro che desiderano contrastare il degrado culturale che ha investito società e politica italiana. Chi pensa di risolvere ogni problema spegnendo la TV o gettandola dalla finestra non si cura di tutti coloro che, culturalmente impreparati, non  hanno gli strumenti per difendersi da soli e resistere all’omologazione. Educare a esercitare uno sguardo critico nei confronti dei media e dei modelli imposti dalla TV è un atto di responsabilità nei confronti delle generazioni future volto alla costruzione di una società migliore. Ripartire dall’educazione ai media, affrontare nelle scuole tematiche legate alla parità e alle differenze di genere è in Italia una vera e propria urgenza.

Il vostro obiettivo è monitorare la situazione italiana in relazione al contesto europeo e globale. Tu vivi all’estero, in Francia. Ritieni che la situazione si giudichi con più equilibrio e obiettività dall’esterno? O, al contrario, si rischi di non cogliere tutte le sfumature e di generalizzare?

Il rischio di generalizzare è sempre presente, ma personalmente credo che il mio sguardo di immigrata non possa che apportare un confronto prezioso per riflettere su come cambiare le cose e migliorare la condizione di donne e LGBT in Italia. La tematica per me cruciale è quella del precariato e della disoccupazione femminile e della rappresentazione femminile in incarichi di responsabilità. Guardare il nostro paese dall’estero è doloroso quanto formativo: in Francia le donne elette ministre con il governo di François Hollande sono state 17, persone dello stesso sesso possono sposarsi e formare una famiglia grazie alla legge proposta dalla Ministra della giustizia Christiane Taubira che, tra le altre cose, ha imposto ai magistrati di partecipare a uno stage di formazione dedicato alle discriminazioni sulle identità di genere. L’aspetto più importante della corsa per la parità in Francia riguarda soprattutto il disegno di legge presentato alle commissioni del Senato il 18 luglio scorso da Najat Vallaud-Belkacem, Ministre du droits des femmes (Ministro per i diritti delle donne, pari opportunità). Gli assi più importanti di questa legge sono volti ad assicurare la parità nelle imprese come all’interno della convivenza domestica, a contrastare la povertà femminile legata a un mondo del lavoro ostile e refrattario alla valorizzazione delle risorse femminili, e a proteggere le donne da tutte le forme di violenza e generare la parità. La Francia non è il paradiso, anche qui la parità è ancora tutta da costruire, ma rispetto all’Italia la strada da percorrere sembra meno ardua.

L’immobilismo italiano si può scardinare e possiamo farlo, tutte e tutti insieme.

Di Fabrizia Endrizzi

Social Media Manager con trascorsi nell'editoria e nell'organizzazione di eventi. Appassionata di arte, viaggi, politica, ambiente e... gattara.

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