La rete che lavora. Mestieri e professioni nell’era digitale

la rete che lavora

Il numero di persone che hanno navigato in rete per trovare un lavoro lo scorso anno è stato pari al 19% di quelli che usano Internet. Non grandi numeri forse, ma grandi (spesso sconosciute) opportunità per chi un lavoro lo sta cercando.

Nel libro La rete che lavora. Mestieri e professioni nell’era digitale (Edizioni Egea 2012, 152 pagine, prezzo di copertina 16 euro) Ivana Pais, sociologia economica all’Università Cattolica di Milano ed esperta di social network e comunità digitali, mette in luce  le potenzialità della Rete in generale e dei social media in particolare, che consentono “di costruire legami scelti, di abbattere i confini tra ruoli, organizzazioni e Paesi, di rafforzare l’autonomia e creare nuove forme di collaborazione e contaminazione, attraverso una ridefinizione degli spazi e dei tempi di lavoro”.

La Rete, rispetto agli anni Novanta è cambiata. Come si legge nel libro si è passati dall’e- al we,

“un noi che si configura in modo diverso rispetto al passato: è il noi delle reti, non dei gruppi; il noi dell’auto-organizzazione, non quello dell’organizzazione”.

Un noi, dove è possibile creare un proprio spazio professionale, sfruttando la collaborazione che è alla base dei social network.

Il libro non vuole focalizzarsi solo sull’aspetto più facile da cogliere, ovvero, sul come Internet possa semplificare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Gli esempi di social network professionali riportati in uno specifico capitolo fanno comprendere bene quanto non ci si limiti al conoscersi e scambiarsi un biglietto da visita attraverso la Rete, ma quanto importante sia la costruzione di legami professionali forti tanto più importanti quando il lavoro si è costretti a cambiarlo spesso. Si sfogliano le pagine e sembra di sentirsi raccontare diverse storie.

“Storie di lavoratori – si legge nell’introduzione – che nei social network vedono cadere i confini tra i loro ruoli e cercano nuove modalità per rappresentare la propria identità e costruire una reputazione; storie di persone che navigano le proprie reti per cercare lavoro; storie di dipendenti ala ricerca di informazioni e occasioni di confronto che vadano oltre i confini delle loro aziende; storie di professionisti che nei social media costruiscono nuove comunità professionali”.

Abbiamo chiesto all’autrice qualche consiglio sul lavorare “in rete”.

ivana pais
Ivana Pais

Il consiglio che daresti ad una persona che cerca lavoro e si affaccia per la prima volta sui social network.

Per prima cosa, osservare. Come accade quando ci si inserisce in un nuovo ambiente (anche sul posto di lavoro), individuare persone o gruppi coerenti con i propri interessi, comprendere le norme sociali che regolano le interazioni e le relazioni tra le persone che si muovono in quello spazio e poi mettersi in gioco. Facendo attenzione al livello di permeabilità o separazione tra vita privata e vita lavorativa che si decide di mantenere nella costruzione di relazioni e nella condivisione dei contenuti.

Klout è da sempre molto discusso perché va a misurare quante interazioni hanno gli account, senza valutarne la qualità. Cosa ne pensi? Sei favorevole o contraria alla selezione del personale tenendo conto anche del Klout score?

Dipende dal lavoro. Se si deve selezionare un professionista dei social media, Klout o algoritmi analoghi possono essere utili per valutare il suo grado di engagement. Di certo non valutano la reputazione, elemento molto più interessante per un selezionatore e cruciale in ogni professione.

Social media al lavoro sì o no? Perché?

Sì, se usati per lavorare. Perché permettono di costruire e mantenere relazioni al di fuori dei confini aziendali, soprattutto per scambiare informazioni e conoscenze.

Quali delle forme innovative di lavoro descritte nel libro pensi possano meglio adattarsi alle donne, aiutandole nella famosa conciliazione lavoro-famiglia?

Dopo la pubblicazione del libro, fortunatamente, è successo molto. Le forme innovative di lavoro analizzate nel testo sono particolarmente adatte alle donne, soprattutto perché rafforzano l’autonomia e riducono i vincoli esterni, in termini di gestione dello spazio e del tempo di lavoro. Trovo molto interessante, per esempio, la creazione di spazi di coworking per le donne, che offrono anche servizi di assistenza ai bambini. Un bell’esempio di coworking attivato di recente è PianoC.

Il libro sulla rete che lavora vuole essere un incentivo a guardarsi intorno, a cercare, a non arrendersi. Perchè, come diceva George Bernard Show, “Le persone che progrediscono nella vita sono coloro che si danno da fare per trovare le circostanze che vogliono e, se non le trovano, le creano”. E quale miglior posto della Rete per creare nuove circostanze?

Di Sonia Montegiove

Dopo un colpo di fulmine per un IBM PS 1 ha coltivato ininterrottamente la sua passione per l’informatica. Analista programmatrice e docente per lavoro è avida lettrice e giornalista pubblicista per pura passione.

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