Cercasi Stefania Lavori disperatamente. Tre donne di successo si raccontano

stay hungry stay foolish

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Nella prefazione del libro “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli” si legge:

“Riderete del Jobs vesuviano ostacolato nella sua voglia di fare, che si scontra con indolenza, burocrazia, incomprensione, prepotenza, scetticismo”.

Con lo scorrere delle pagine le disavventure di due ragazzi che vogliono realizzare un’idea in campo tecnologico diventano sempre meno “da ridere” perché amaramente realistiche.

Girata l’ultima pagina del volume un barlume di speranza si accende: e se invece di Stefano Lavori la protagonista del libro fosse stata Stefania Lavori nata in Italia? Così nasce questa ricerca “disperata” ma non troppo di almeno tre donne di successo, di quelle che possono raccontare come ce l’hanno fatta e incoraggiare così tutte le altre che hanno un sogno e lo vogliono concretizzare. Le nostre Stefanie sono Emanuela Donetti, fondatrice insieme a Micaela Terzi di Urbano Creativo, Carolina Giancotti, marketing & account manager di Gruppo Meta, e Arianna Bassoli, ideatrice di Frestyl.

In comune hanno, a parte la giovane età, un mix di grinta, determinazione, passione, coraggio e caparbietà, tutti ingredienti indispensabili per poter emergere con nuove idee nel settore IT iCarolina Giancottin Italia. Ma in comune hanno anche la percezione degli ostacoli trovati nel “bel Paese”: burocrazia che dilata i tempi di risposta, tasse che ti riducono a lavorare quasi per “volontariato”, finanziamenti irraggiungibili con bandi eccessivamente complessi e “regole di rendicontazione che strozzano serie e innovative progettualità”, scenari per le start up ancora immaturi e non aiutati da una mentalità italiana forse un po’ troppo provinciale.

Stessi ostacoli quindi incontrati dallo Stefano Lavori descritto da Antonio Menna. Con un’aggravante: l’essere donna, che a volte “aiuta” perché ci si sente al centro dell’attenzione ma nella maggior parte dei casi invece penalizza (un po’ come accade in tutto il mondo, non solo in Italia).

Arianna Bissolati
Arianna Bassoli

“Nella scena startup – afferma Arianna Bassoli – il 95% dei partecipanti è uomo e come donne ci si può sentire sminuite (gli uomini in genere non si fidano delle capacità tecniche ma anche di gestione di una donna) o, all’opposto, messe su un piedistallo (perchè si è donne, perchè si è in poche per cui le perle rare devono essere valorizzate)”. Anche Carolina Giancotti addebita diverse perdite di tempo (e quindi di denaro) al suo essere girl.

“Ad un uomo – commenta – si dice no prima e senza tanti mezzi termini. A una donna si dice sempre no, ma dopo molto più tempo. Vuoi per galanteria o altro”.

Un difetto “di fabbrica” delle donne lo mette in luce Emanuela Donetti “A noi piace molto essere leader. Siamo abituate storicamente a fare lavori solitari (il famoso lavorare a maglia o all’uncinetto). Facciamo più fatica a fare gruppo, a lavorare insieme, soprattutto perché vogliamo primeggiare e pilotare il mezzo sul quale saliamo a bordo. In compenso abbiamo la straordinaria capacità di “attaccare bottone” con qualcuno che ci siede vicino a un convegno, sederci davanti a una tazzina di caffè e costruire da un contatto una rete di relazioni che ci supporta”.

Emanuela Donetti
Emanuela Donetti

Il premio Nobel per l’economia Amartya Sen ha spiegato che “un uomo è quel che le circostanze gli consentono di essere”. Per questo se Steve Jobs fosse nato a Napoli non avrebbe sfondato. Da questo dovremmo dedurre che per dar vita ad una Apple è necessario andare all’estero. Ma non la pensa così Emanuela che dice “Non puoi pensare di realizzare il tuo sogno sotto casa.

Devi guardarti intorno pur restando in Italia, cercare il luogo migliore per far crescere la tua idea (loro ne sono un esempio visto che la nuova società Mobirev l’hanno fondata in Trentino con un fondo per lo sviluppo, ndr). La cosa migliore di noi italiani – afferma la Donetti – non è la creatività quanto la capacità di fare rete, di metterci insieme anche valorizzando i momenti conviviali”.

Diversa la storia di Arianna, che ha conosciuto la sua socia Johanna Brewer e il finanziatore di Frestyl Joi Ito all’estero e che ha deciso solo in un secondo momento di tornare in patria. “Per essere stimolati e crescere come startup – dice Arianna – c’è la necessità di guardare fuori dall’Italia perché la scena nazionale è ancora giovane e la mentalità troppo provinciale. Siamo stati accettati in uno dei migliori acceleratori al mondo (il migliore in Europa), Startupbootcamp, a Berlino, e partiamo per almeno 3 mesi per fare questa esperienza che pensiamo ci aprirà le porte ad un network molto più ampio di mentor e investitori di quello a cui abbiamo accesso qui”.

In linea invece con la Donetti è Carolina Giancotti che ha deciso di restare. “Se si legge un qualunque giornale di stampa estera o si ascoltano i case history di aziende che hanno esternalizzato i propri servizi fuori i confini italiani –afferma –  direi che i nostri politici un serio esame di coscienza se lo dovrebbero fare. Posso solo fare chapeau a tutti i coraggiosi imprenditori italiani che ogni giorno fanno magie per restare a galla e trovare anche il tempo per essere innovativi e pieni di fantasia”.

Ricette di successo già scritte non ce ne sono. Ognuna delle nostre Stefanie Lavori ha la sua storia, i suoi ingredienti segreti, le coincidenze fortunate ma soprattutto il non aver mai perso di vista, come sottolinea Emanuela Donetti, la dimensione del sogno.

Scudi solidi per fronteggiare gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dell’idea sono il fare buon viso a cattivo gioco, il non andare nel panico, il sapersi adattare alle situazioni peggiori, il diventare delle guerriere. “Per fare bene – dice Carolina – ci vuole passione per quello che si fa e attenzione nei confronti del cliente, perché la buona riuscita di un progetto si fonda sempre su basi emozionali: fiducia, entusiasmo, stima, rispetto. Mio padre mi ha insegnato che prima di incontrare clienti, si incontrano persone. Le persone si affidano a te e non al tuo prodotto”.

Arianna Bassoli suggerisce di “Credere nelle proprie capacità e nelle proprie idee. Andare all’estero per avere una prospettiva diversa del come farsi trattare nell’ambiente di lavoro. Ma soprattutto sapersi adattare e adattare la propria idea (il “pivoting” nel mondo startup è fondamentale), cercare sempre di farsi valere (avere self-confidence) pur accettando il fatto che sia necessario a volte chiedere aiuto (il famoso “mentoring”)”.

Emanuela Donetti ci regala una bella immagine da farsi venire in mente ogni volta che ci si trova di fronte ad un ostacolo.

Tutte le volte che sono stata in difficoltà ho pensato alla trapezista che per rialzarsi stringe i denti, dà un bel colpo di reni, si tira su e a quel paese tutti quelli che non ci credono.

Di Stefania Lavori ce ne sono molte altre. Donne, italiane, con idee IT di successo. Tutte rigorosamente folli e affamate.

E voi ne conoscete altre?

Di Sonia Montegiove

Dopo un colpo di fulmine per un IBM PS 1 ha coltivato ininterrottamente la sua passione per l’informatica. Analista programmatrice e docente per lavoro è avida lettrice e giornalista pubblicista per pura passione.

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