Dal 18 al 30 luglio si terrà a Bari una importante esperienza formativa di condivisione e collaborazione in modalità open una full immersion tra 24 docenti e tutor e 60 partecipanti  che ogni giorno animeranno dalle 9.30 alle 19.30 la Sala Murat e il vicino Isolato 47, sede permanente della scuola grazie a una convenzione con il Politecnico di Bari.  La Scuola Open Source è un follow-up del laboratorio di ricerca e coprogettazione XYLAB (nato nell’ambito dell’iniziativa Laboratori dal Basso promossa dalla Regione Puglia) e ha come obiettivo la creazione di un mix tra Istituto Didattico e Centro di Ricerca e Consulenza Artistica e Tecnologica per l’Industria, il Commercio e l’Artigianato (digitale e non).

I sessanta partecipanti selezionati tra i 199 di diverse nazionalità non saranno semplici discenti, ma accumulatori di conoscenza e a loro volta propagatori di energia poiché tutti insieme si cimenteranno nella scrittura del kernel, il nucleo del sistema operativo da cui si svilupperà successivamente la Scuola. “Ed infatti non si tratta di elaborare un semplice programma didattico, ma progettare una scuola fuori dai soliti canoni predefiniti” – afferma Agnese Addone insegnante, coordinatrice del Coderdojo e progettista del Teacherdojo di Roma. “Questo progetto di scuola si ispira al modello di Walter Gropius della scuola Bauhaus in termini di immaginario, alla fabbrica di Adriano Olivetti, alla comunità scacchistica di Roycroft, e al metodo dell’Accademia Platonica”.

Esplicativo l’acronimo adottato ovvero Sos, come una richiesta di aiuto e supporto lanciata a quanti si occupano e preoccupano del futuro, in particolare a quella comunità eterogenea e multidiciplinare fatta da artigiani digitali, maker, artisti, designer, programmatori, pirati, progettisti, esperti di tecnologia, scienza, arti visuali, robotica, domotica, biologia, elettronica: sognatori e innovatori che agiscono assieme, sperimentando nuovi modelli e pratiche di ricerca, didattica, mentoring e co-living.

Il modello hacker per l’appredimento?

Gli hacker non sono soltanto i pirati che rubano i dati o inventano gli infernali virus che rovinano i nostri computer anzi a voler essere precisi con le parole non lo sono affatto quelli sono cybercriminali o crackers. Il lavoro svolto dagli hacker ha permesso, piuttosto, la creazione del pc e del modem, l’affermazione mondiale di Internet, l’invenzione delle realtà aumentata, tutti risultati straordinari, nati da un approccio al lavoro diverso e opposto agli schemi fordisti che scandiscono l’esistenza quotidiana. La nuova etica di cui gli hacker sono portatori è caratterizzata da un impegno appassionato e creativo, senza limiti di tempo e senza risparmio di capacita intellettuali. Questa concezione ha fatto si che si affermassero valori di privacy, di eguaglianza, di condivisione dei saperi, in netto contrasto con i modelli improntati al controllo, alla competizione, alla proprietà. Un approccio inedito e dirompente che ha già contribuito in modo decisivo allo sviluppo della “dot.economy”.  Il processo di apprendimento hacker ha inizio con l’individuazione di un problema interessante, e al lavoro di risoluzione dello stesso attraverso l’uso di fonti diverse, successivamente sottomettendo la soluzione a test prolungati. Molto spesso si tratta di percorsi non lineari guidati più dalle proprie passioni che da un metodo formalizzato. Un’altra caratteristica interessante del modello è la buona prassi di condividere le informazioni e le conoscenze anche nel chiedere supporti o aiuti, generando una trasmissione della conoscenza in modalità più intelligente ed efficace: chi più sa trasmetterà a coloro che saranno arrivati a un livello più avanzanto, mentre la maggior parte dei nodi della rete, in possesso di informazioni meno skillate, creerà l’humus nel quale, attraverso lo scambio continuo e reciproco, potrà svilupparsi più rapidamente una sostanziale qualità delle informazioni, oltre che una coscienza collettiva. Il punto di forza del modello di apprendimento hacker sembra dunque essere che chiunque impari qualcosa poi lo insegni ovvero lo condivida con altri. E spesso quando un hacker studia il codice sorgente di un programma, spesso lo sviluppa ulteriormente, in modo che anche altre persone possano apprendere da questo lavoro e implementarlo. Intorno ai vari temi si sviluppa una costante e continua discussione critica, iterativa e evolutiva che conduce alla partecipazione al processo tra pari. Pekka Himanen ha definito questo modello “L’Accademia della Rete”. Un ambiente di apprendimento in continua evoluzione creato dagli stessi hacker in cui gli insegnanti o assemblatori di fonti di informazione sono spesso quelli che hanno appena imparato qualcosa.

La Scuola Open Source (Sos)

Assieme ai sessanta partecipanti e ai 24 docenti e tutor che si raduneranno a Bari ci sarà anche Agnese che da tempo si occupa di ambienti informali di apprendimento e del rapporto tra didattica, tecnologia, arte ed espressione personale. “La Scuola sarà un laboratorio di ricerca e design che dovrà gettare le basi della futura scuola che verrà aperta a Bari – racconta Agnese –  l’idea è di avere un luogo sempre aperto nel quale agire e confrontarsi in modo interdisciplinare, destinato ai settori del design, dell’artigianato e del commercio anche digitale. Nei track paralleli si studieranno gli strumenti, i processi e la didattica con un approccio learning by doing. I partecipanti verranno seguiti dai docenti e dai tutor in un rapporto di mutuo scambio. Alcune sessioni pomeridiane ospiteranno i talk di alcuni docenti sui temi di loro competenza; la logica è quella di ispirare senza imporre, di stimolare la riflessione e di rivalutare continuamente il percorso che si sta facendo. A conclusione dei lavori, verrà realizzato un prodotto finale che racconterà l’esperienza e costituirà una sorta di (statuto) della scuola”. 

Il percorso di confronto prenderà il via con tre laboratori di coprogettazione sulle linee di sviluppo per far dialogare e collaborare quanti si occupano di ricerca e innovazione in tutte le sue forme, sperimentando sul campo, fra contaminazione e multidisciplinarietà, in un modello aperto – a forte connotazione sociale – che si dedichi alla ricerca per il pubblico e il privato, e alla didattica, per ragazzi, professionisti e manager.

In questo contesto la Scuola Open Source vuole configurarsi come uno spazio polivalente:

  • una sorta di hackerspace in cui persone con interessi comuni o affini possono incontrarsi, socializzare e/o collaborare;
  • un centro di promozione del riuso in cui effettuare un servizio di raccolta per oggetti con tecnologia obsoleta e promuoverne un riuso intelligente;
  • un FabLab ovvero una piccola officina che offre servizi personalizzati di fabbricazione digitale, dotato di una serie di strumenti di prototipazione-stampa 3d, taglio laser, etc.

Durante le due settimane saranno sviluppati in modo orizzontale e cooperativo tre ambiti di ricerca/progetto uniti da un filo rosso, dedicati rispettivamente a Identità (che frutterà ad esempio logo e strategie di comunicazione, fino alla definizione di un sistema d’identità), Strumenti (che consentiranno alla Scuola open source di funzionare: dal co-living agli open data, all’impostazione gestionale) e Processi (il funzionamento attorno ai 4 assi delle attività: ricerca, didattica, co-living, spinoff).