Coding: una moda o una nuova competenza da acquisire?

Mi accingo a scrivere sul coding con un atteggiamento esplorativo e in punta di piedi perché miei colleghi e cari amici, molto più bravi di me, se ne stanno occupando già da tempo. In realtà scrivo forse per far chiarezza prima con me stessa e poi spero anche di riuscire ad aiutare chi desidera inoltrarsi in questo universo, offrendo qualche strumento di lettura.

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Cos’è il coding?

Quando i miei figli erano molto piccoli io amavo leggere loro tutte le sere una favola prima di addormentarsi. Loro dicevano che io possedevo la “magia della lettura”, uno strano potere magico che mi consentiva di aprire un qualsiasi libro e tirar fuori una storia sempre nuova. Quando si impara a leggere e a scrivere non si impara semplicemente a decodificare dei segni grafici, ma si apre una possibilità infinita di nuovi apprendimenti, nuove opportunità, nuove avventure.

Il coding in fondo credo che sia questo, imparare un nuovo linguaggio che ci permette di scrivere “new types of think”, come sostiene Mitchel Resnick (Professore al MIT Media Lab).

Questa idea del coding lungi dall’essere l’ultima moda o l’ultima idea moderna di un gruppo di fissati, ha profonde radici di studio e di riflessione e trova in Papert il fondamento del discorso che ci accingiamo a fare. In un articolo del 1971 “”Twenty things to do with a computer” lui non usa la parola coding, ma si pone la domanda: “Why not use them (computer) to produce some action?”, domanda di un’attualità sconcertante. Papert propone dopo le sperimentazioni condotte nella scuola, il Logo Programming Language che è un linguaggio di programmazione pensato come strumento per l’apprendimento.

Due le riflessione su cui vorrei porre all’attenzione. La prima è che, se la domanda è ancora attuale, forse non si è ancora data adeguata risposta, ma, ed è questa la mia seconda considerazione, nonostante i cambiamenti e le innovazioni tecnologiche che continuano a “sfornare” device sempre più evoluti, le questioni di fondo sono le medesime, perché, come sostiene, Resnick realizzare il sogno di Papert non è una questione tecnologica, ma culturale e educativa.

Micth Resnick in uno speech interessantissimo dal titolo “let’s teach kids to code” ci spiega perché dobbiamo insegnare ai nostri figli il coding. Provo a sintetizzare.

La programmazione non deve essere considerata un lavoro riservato a un esclusivo gruppo di programmatori, ma un linguaggio accessibile a tutti, anche ai bambini, che attraverso attività pensate per loro possono accedere, imparare e governare il linguaggio di programmazione, il coding. L’esperienza della programmazione è proposta utlizzando il software Scracth, creato all’M.I.T. per consentire ai bambini di creare storie interattive, giochi , animazioni e condividerle con altri. Scracth è un software appositamente creato per i ragazzi da 8 a 16, è disponibile gratuitamente in 40 lingue diverse, attualmente sul portale del software ci sono 4.237.059 utenti registrati e 6.688.510 progetti condivisi. Imparare a usare Scracth consente di creare un progetto per imparare a programmare, ma a sua volta programmare aiuta a imparare nuovi apprendimenti, risolvere problemi, esprimere i propri sentimenti, condividere le proprie idee con il mondo. Quando un’idea diventa progetto, ha bisogno di sperimentazione, verifica, e questo può fare emergere nuove idee, insomma il coding è solo un punto di partenza.

Coder Dojo.

Nel 2011 in Irlanda dall’incontro tra un giovanissimo hacker di nome James Whelton e un ricco filantropo australiano, Bill Liao nasce un associazione di volontari, no profit, che si impegna per insegnare il codice di programmazione, con la finalità “di creare un mondo in cui ogni bambino ha la possibilità di imparare il codice in un ambiente sicuro, sociale e collaborativo”: i Coder Dojo. L’esperienza si è diffusa rapidamente in tutto il mondo, oggi è un movimento globale.

Cos’è un Coder Dojo? Una palestra dove dei volontari, i mentor, accompagnano e aiutano i bambini nell’apprendimento del coding, nella creazione di progetti, nell’esplorazione delle tecnologie. In Italia le esperienze si stanno moltiplicando sono segnalati attualmente 21 club attivi e altri se ne stanno attivando. Nei scorsi mesi abbiamo già parlato di un paio di esempi di Coder Dojo in Italia, Milano, BresciaRoma e Sigillo.

All’esperienza dei Coder Dojo s’ispira anche il documento La buona scuola che sottolinea la necessità di un piano nazionale che consenta l’introduzione di un’ora di coding nelle scuole italiane, non entro nel merito della questione che necessiterebbe di una riflessione a parte.

Vorrei concludere questa riflessione con le parole di Paper che afferma che “solo inerzia e pregiudizio, non problemi economici o mancanza di idee educative” possono impedire ai bambini il diritto di avere accesso al computer nella logica dell’apprendimento del linguaggio, che ho provato a descrivere.

Allora che coding sia!

 

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Autrice: Maria Filomia

Sono mamma di quattro figli e, con l'aiuto di questa allegra compagnia e l'appoggio del mio amorevole marito, ho conseguito il Dottorato in Scienze Umane e dell'educazione; lavoro come tutor online, sono formatrice Lim e conduco laboratori rivolti a genitori sull’uso delle nuove tecnologie. Sono appassionata di tecnologia e cerco di trasmettere il mio entusiasmo alle persone che incontro nel mio lavoro.
Website: http://mum4parents.wordpress.com/
Twitter: mariafilomia