Un videogioco per imparare le lingue

“Amore, ma cosa avete imparato questo anno di inglese?”
“I numeri e i colori” mi risponde mio figlio che sta finendo la prima elementare.
“Ma quelli li sapevi già dalla scuola materna, non avete studiato altro?”
“Si, stiamo facendo il corpo umano ma non mi ricordo niente, solo nose”.
“Nose perché è il più simile all’italiano, e “testa” come si dice?”
“Non lo so perché la maestra spiega in un modo che non ce lo fa ricordare”.
“E come spiega?”
“Ci mostra le parti del corpo, ci dice la parola in inglese e noi la dobbiamo ripetere”.

English for Kids

English for Kids

Campanello d’allarme. La mamma web 2.0 che è in me (sempre accompagnata da quella noiosa, ansiosa, protettiva, quella antica insomma) si risveglia e scarica subito un’applicazione per iPhone (immagino che ci sarà una app equivalente per ogni smart phone).
Si chiama “English for kids” e ha una serie di lezioni, tra cui una sul corpo umano. Il programmino mostra due foto, per esempio una mano e un occhio, e pronuncia il nome in inglese della foto che va toccata: “hand” (mano). Se sbagli e metti il dito sull’occhio il telefonino fa quel beep fastidioso per sanzionare l’errore e appare in rosso: “eye” (occhio). Se clicchi l’altra icona ottieni invece un soddisfacente ingrandimento. Subito dopo propone altri test, magari anche ripetitivi per verificare se hai veramente imparato o se hai solo indovinato. Alla fine ottieni la percentuale di risposte esatte. Se vuoi migliorare il tuo livello, c’è il tasto “riprova” e così ricominci.

Semplice, ripetitivo, associato ad una pronuncia perfetta, divertente, stimolante, con un feedback immediato.

I bambini sono attratti dai videogiochi perché li stimolano a prendere decisioni, a rischiare in maniera prudente, a elaborare piccole strategie. E il risultato è immediato, se sbagliano rimediano subito, se vanno bene sono premiati dal punteggio o dal passaggio di livello. L’incentivo a migliorarsi sempre è fortissimo e ogni volta le scelte saranno più complesse, le sequenze più elaborate, i movimenti più veloci. Non si tratta di trasformare le materie di studio in videogame, semmai il contrario.

Mi spiego meglio. I nostri bambini sono multitasking, abituati alla multimedialità, all’interattività, alla collaborazione. Generalmente amano le sfide e vogliono perfezionarsi nel disegno o nel calcetto. Sono in grado di ricordarsi i nomi di cento pokemon e dei loro attacchi, eppure sono suoni quasi impronunciabili. Li memorizzano perché li associano ai duelli e al divertimento. Insomma i bambini si impegnano, se ne vale la pena. E qui torniamo alla scuola.

L’inglese cosa rappresenta per un bambino che ha capito a malapena che ci sono persone che vengono da altri paesi e parlano lingue incomprensibili? Una materia da studiare, punto. Non si può dire loro che è fondamentale, che potranno relazionarsi con persone in tutto il mondo, chattare con i famosi aborigeni australiani. In prima elementare l’Australia è un concetto astratto quanto il monismo panteistico di Hegel. D’altra parte è fondamentale che apprendano le lingue sin da piccoli con la stessa facilità con cui imparano a smarcare l’avversario e tirare in porta nell’attimo esatto in cui il portiere è concentrato su un’altra possibile traiettoria. E allora forse imparare giocando e soprattutto trovare un modo per “fare esperienza” di quello che si è imparato può essere una buona idea.

PS. Tornando a mio figlio, quando, dopo 10 minuti che armeggiava con quel gioco gli ho chiesto cosa volesse dire “head”, “eye” o “arm” lui non mi ha mai detto “testa”, “occhio” o “braccio”. Me li ha indicati come nelle foto a cui lui aveva imparato ad associare quel suono. L’ho trovato un dribbling meraviglioso.

Maila Paone
Maila paone gestisce la pagina Facebook di “Genitori di nativi digitali” e ha scritto un libro “Aiuto, mio figlio deve fare i compiti!” sottotitolo “Non mi seccare, mamma. Sono connesso!”

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